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Daniele Mancini, la mano della natura

Daniele Mancini, la mano della natura

Non sarò certo io a scrivere dello scultore Daniele Mancini, ma lo faccio. Lo faccio perché sono amico del figlio, Gabriele di cui non smetterò mai di apprezzarne le doti professionali, artistiche come il padre e, soprattutto, umane. Lo faccio perché ero e sono amico del suo collega e suo amico, altro maestro d’arte Luciano Boccardini che ci ha recentemente lasciato e di cui conserviamo, io, Daniele Mancini e tanti con noi, ricordi vivissimi e allegri.

Daniele ha quella tempra di Luciano, degli artisti di quella generazione. Tempra di artista vero, ispirato dalla natura e dalla materia che lo circonda che sia legno o, soprattutto come nel suo caso, pietra. Daniele, scalpello e martello alla mano, non ha mai smesso di batterla questa pietra. Di lui hanno scritto in tanti, come leggo nel suo catalogo che mi è stato gentilmente donato, ed io non sarò l’ultimo. Sarò probabilmente il meno titolato, ma con contezza vi posso dire che Daniele Mancini è una persona, prim’ancora che un artista, da cui c’è solo da ascoltare ed imparare. Sarà la sua capacità e vena nel raccontare episodi e storie della sua vita da “ragazzo del fiume”, lui sì che lo ama quel fiume e quella piana che lo circonda. Basta farsi raccontare da Daniele Mancini, la storia della donna del fiume, sua celebre opera che conserva non gelosamente ma orgogliosamente nel suo giardino di casa, per capirlo.

Negli ultimi mesi sono andato a trovarlo spesso, Daniele Mancini. Anche per via come mi piace ricordare, dell’amicizia e della battaglia in comune contro l’opera del Nodino di Perugia che mi lega a suo figlio Gabriele. Ho scoperto un mondo, nella sua casa che sta proprio dietro alla zona industriale di Ponte San Giovanni. Un presidio di natura e bosco, arte e artigianalità. E di umanità familiare. Ma è della scultura di Daniele Mancini che oggi vi voglio parlare.

Daniele è lì seduto vicino a me e per prima cosa mi mostra il cuore della pietra arenaria che lui lavora; un nocciolo duro, sembra una roccia di granito sardo, difficile, questo addirittura mi dice, impossibile da battere, da lavorare; affascinante. Una pietra così docile come quella arenaria ed in fondo, nel suo centro, così dura come la più dura delle pietre o dei metalli. “Non sono riuscito a toccarla con nessuno attrezzo” mi dice, e continua: “e mi piacerebbe farlo, perché sarebbe così, rimarrebbe così, per quindicimila anni”. Ma in fondo è giusto così. La natura, ha un cuore che non può essere violato, alterato dall’uomo, neppure come forma d’arte. Figuriamoci per denaro o per fini speculativi. Pensiamo alla foresta amazzonica, alla barriera corallina australiana o ad altri cuori pulsanti del nostro pianeta così ricchi di biodiversità, che noi “umani” stiamo ostinatamente continuando “a battere”, a logorare.

Daniele mi parla poi della scultura che ha realizzato per me, per il mio Giardino; che onore e che piacere sarà averne una. Mi spiega che ne ha cominciato a lavorarne prima una, poi un’altra, per l’idea che aveva in mente per quell’opera. Poi ha continuato su di una terza, sempre un volto di donna doveva essere, ma a un certo punto la pietra si è come ritirata, ha ceduto in una parte e ha dovuto riprenderla dall’altra. Gli dico che l’ho vista subito quando sono entrato nel suo laboratorio a cielo aperto e mi è piaciuta.

Daniele è uno scultore che entra in simbiosi con l’opera, la rispetta. Anche con questa ad un certo punto ha capito che si doveva fermare. Forse aveva raggiunto il cuore della pietra e oltre non poteva andare. Io in quel volto ci vedo la bellezza, la grazia, un viso ampio, accogliente, non perfetto come dice Daniele Mancini: “i miei volti non lo sono, non potrebbero esserlo”. Da qui e in questo si distacca dai grandi e qui innominabili scultori italiani del rinascimento. I suoi visi sembrano piuttosto richiamare gli sguardi assenti di Modigliani, anche se Daniele Mancini espande più che allungare, accoglie, lascia più che togliere e limare.

Quello che, secondo me, rende veramente unica l’arte di Daniele Mancini è la natura che lo circonda. Daniele, inizio a prendermi un po’ troppa confidenza con il maestro per chiamarlo per nome, è l’uomo del bosco di Collestrada. Un bosco antico, raro, prezioso per le sue specie arboree, vegetali e animali. Da qui, da una vecchia cava di pietra arenaria, come ha scritto su di lui il grande pittore perugino Franco Venanti, Daniele Mancini prende le pietre per le sue opere. Le guarda, le sceglie, le inizia a lavorare, le lascia, le riprende, se ne innamora ed infine le porta a compimento.

Daniele Mancini rispetta la natura, ascolta il bosco, ammira le piante e le custodisce. Quando l’ho incontrato oggi prima di pranzo, sotto un sole cocente, abbiamo ammirato insieme per qualche secondo le geometrie di una piccola pianta grassa che è cresciuta, forse spontaneamente, fra le fessure di uno dei muretti di casa sua. La natura, abbiamo detto all’unisono, è la più grande artista del mondo, di ogni tempo, di ogni dove.

Daniele Mancini ha avuto un compito che continua indefesso a portare a termine. Scolpire la pietra per farle diventare arte, per comunicare bellezza e rispetto per la natura.

Il suo medico, mi ha confessato Daniele, gli ha chiesto di recente ad una visita, che cosa fa, che cosa continua a fare con quella spalla, con quel braccio. Daniele gli ha risposto: “continuo a battere la pietra”. Ecco, facciamo tutti come Daniele. Qualsiasi cosa noi stiamo facendo, che ci piace e che porta gioia a noi e beneficio al prossimo e al luogo in cui viviamo, continuiamo a farlo, non fermiamoci. Solo così rispetteremo noi stessi e la natura in cui abbiamo la fortuna e la grazia di vivere.