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Noi non saremo mai quelli che soffieranno sulle vostre paure…

Noi non saremo mai quelli che soffieranno sulle vostre paure…

Vittoria Ferdinandi, neo sindaca di Perugia, venerdì 7 giugno 2024, in piazza IV Novembre ha tenuto il seguente discorso di chiusura della sua campagna elettorale (primo turno); campagna elettorale che la vedrà poi vincitrice nel successivo ballottaggio del 23 e 24 giugno.

Ho ripreso con un video con il mio telefonino, l’intero suo discordo durato 55 minuti, e nei giorni successivi, piano piano, parola per parola… l’ho trascritto e oggi lo pubblico corredato dalle bellissime foto che l’amica fotografa Emanuela Bianconi mi ha concesso di utilizzare.

Io penso, e poi lascio subito spazio alle sue parole, che il discorso di Vittoria Ferdinandi del 7 giugno, sia stato, è e sarà un manifesto politico raro e prezioso da cui tutti noi, cittadini di Perugia e non solo, ed in particolare le nuove generazioni, sapranno, potranno raccogliere il senso più bello e profondo delle sue parole e farne azione. Politica, civile, umana.

Pietro Floris


Le parole che vi voglio dire oggi sono queste.

“Lavorate strada per strada, azienda per azienda, casa per casa, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che portiamo, per quello che siamo e per quello che continueremo ad essere. Possiamo acquisire sempre nuovi consensi per quella che è la nostra causa, che è la causa della libertà, del lavoro, della pace e del progresso della nostra civiltà.”

Queste parole furono pronunciate esattamente 40 anni fa, il 7 giugno del 1984. Queste parole appartenevano ad Enrico Berlinguer.

Le ultime parole che disse, in quel comizio di Padova del 7 giugno. Quella notte entrò in coma e quattro giorni dopo morì. E a me trema il cuore a pensare che 40 anni dopo, noi siamo qui, a raccogliere un testimone, a raccogliere un’eredità, di una politica fatta di identità, di radicalità, di umanità e di rispetto.

Ho voluto dirvi queste parole perché il tuo monito, il tuo invito, è esattamente quello che abbiamo fatto noi. E lo abbiamo fatto senza saperlo. Perché le cose belle prima si fanno poi si pensano, e se si è fortunati, solo dopo, se ne capisce il senso.

Casa per casa, strada per strada, è quello che abbiamo fatto noi, costruendo una campagna elettorale plurale, collettiva, fatta di strade, (…) fatta di noi. Abbiamo rimesso in circolo il sangue nelle vene, di una comunità che non si sentiva tale.

Abbiamo riempito le piazze, riempito i vicoli, riempito i giardini, riempito i CVA, riempito i campi sportivi. Siamo tornati ad occupare ogni spazio libero e pubblico. La gente è tornata ad incontrarsi; hanno camminato insieme, hanno parlato, hanno ballato e hanno cantato.

Si sono ritrovati insieme intorno ad una matrice che da tanto tempo aveva perso il suo significato, la comunità. E la comunità è tornata, è tornata larga, la comunità, non il campo largo. È tornata larga, larghissima, fatta di colori, di provenienze, di storie, di età differenti.

Abbiamo fatto il miracolo di unire non solo i partiti, i movimenti, le forze civiche, che la vecchia politica voleva divise e quindi perdenti. Ma abbiamo unito due generazioni distanti, quelle che abbiamo visto qua, oggi, con i nostri anziani che ballavano la musica di dj Ralf. Li abbiamo lasciati contaminare da idee, bisogni, desideri differenti.

Vi ricordate quello che vi avevo detto al Capitini? Di quella voce interiore che ogni volta che qualcuno mi diceva: “Stai attenta che se entri in politica così giovane, ti bruci”. Quella voce interiore che invece a me mi diceva: “Stai attenta che ti spegni”. E a distanza di tre mesi, posso dire che come sempre quella voce aveva ragione, perché non solo non mi sono spenta, ma tiene acceso un desiderio che mai come in questi mesi mi ha fatto sentire di essere vicino a quello che volevo essere.

Assieme a me si è riacceso il desiderio di una partecipazione nella comunità, si è riacceso il nostro desiderio e abbiamo fatto una luce bellissima. Guardatevi, guardate questa piazza, guardatevi, guardatevi negli occhi, in questi occhi che brillano di desideri, in questi occhi che brillano della felicità di esserci, di riappropriarci oggi di un luogo come questo, di un luogo comunitario, un luogo pubblico, un luogo libero, un luogo di tutte e tutti. E la chiusura della nostra campagna elettorale non poteva che essere qui.

Non poteva che essere un’enorme arena per dire grazie, per dirci grazie, perché la nostra campagna elettorale è stata prima di tutto un’enorme atto di ribellione nei confronti della politica, della stanchezza, dell’odio e della paura. Siamo stati gentili. (…) Perché noi lo sappiamo, che la gentilezza e la gioia sono rivoluzionarie.

Doveva essere una festa per dire grazie ai nostri (…), perché noi lo sappiamo, che la politica è fatta di passione e di sudore e non di paura. E la passione e il sudore in questi mesi a noi, ce li hanno visti tutti addosso. La nostra campagna elettorale è stata prima di tutto una grande lotta di difesa della città pubblica, contro chi in questi anni ha fatto di ogni luogo pubblico, dalle nostre strade, alle aree verdi, agli spazi culturali, fino alle strutture socio-sanitarie, un luogo dell’abbandono dimenticato. Noi abbiamo inteso prima di tutto, tornare a rioccuparlo lo spazio pubblico.

Perché noi lo sappiamo, che quando si riduce lo spazio pubblico è sempre il sintomo di un cambio della politica e la cura è tornare ad abitarlo. (…) I politici che ci hanno preceduti, a noi ce lo hanno insegnato, che le campagne elettorali sono le vostre e che le campagne elettorali si chiudono nelle piazze. Noi non abbiamo paura di aprirci alla città, noi non abbiamo paura di aprirci a chi non la pensa come noi, perché per noi Perugia è di tutti. Non è uno slogan stiracchiato, ma è un’idea di città reale, da testimoniare, da praticare, ogni giorno. (…) Per questo noi non ci difendiamo, non ci nascondiamo mai, ma siamo sempre pronti ed aperti all’incontro.

La nostra lucida follia in questi mesi ci ha fatto decidere di attraversare tutto il nostro comune, 52 frazioni, 52 paesi, borghi, quartieri che lo costituiscono. E questo attraversare a piedi con flotte di gente che crescevano di giorno in giorno, è stato come un grande rito (…), ci siamo riappropriati di una casa in cui non entravamo da troppo tempo. Li abbiamo attraversati e abbiamo cominciato questa opera di ricucitura che ha rimesso assieme gli imprenditori e gli agricoltori, che ha rimesso insieme donne e uomini, che ha rimesso insieme i neo diciottenni e gli ultranovantenni. Li abbiamo visti tornare (…). Perché abbiamo detto loro che c’è una comunità che vuole tornare a stargli accanto. Li abbiamo visti tornare, li abbiamo visti ballare, accompagnando i passi più lenti dei nostri anziani e lasciatevelo dire, ragazzi: è stato bellissimo vedervi tornare.

È stato un enorme sospiro di sollievo, perché la politica senza di voi è morta. Perché siete voi gli unici che sanno osare, sperare in un futuro per cui valga la pena studiare, lavorare e lottare. È per questo che noi, nel nostro programma, abbiamo inserito il bilancio intergenerazionale, uno strumento che ci permetterà di lavorare continuamente fianco a fianco, ci permette di essere guidati da voi per costruire il futuro che vi meriterete. Per questo noi lavoreremo per costruirvi una cultura del lavoro che sappia difendere la dignità e la qualità. Lavoreremo per costruire un lavoro che sia uno strumento di emancipazione e di realizzazione e non una gabbia di precariato e di sfruttamento.

Perché noi lo sappiamo che la vecchia latinia del “questi giovani non hanno più voglia di lavorare” non è vera e siamo qui per dirlo a voce alta. Questi giovani non hanno più voglia di lavorare senza essere pagati. (…) Sono la generazione che hanno studiato di più per guadagnare di meno, per vivere in una città i cui redditi medi sono sotto la media nazionale, nella città seconda più cara per la vita dopo Napoli, in cui si perde potere d’acquisto e si perde la possibilità di costruirsi un futuro.

E noi ragazzi le soluzioni le troveremo, e le troveremo insieme a voi. Abbiamo scelto di fare una campagna elettorale che riportasse la gentilezza nel linguaggio politico perché credo, credevamo che ce ne fosse molto bisogno. Abbiamo scelto un linguaggio che non fosse mai aggressivo nei confronti dell’avversario, che non fosse mai svilente nei confronti della persona. Noi lo abbiamo fatto.

Dall’altra parte invece, dal primo giorno, anzi no dal 3 marzo quando hanno iniziato ad avere una paura incredibile di voi, hanno costruito una campagna di odio e di legittimazione continua nei miei confronti. Lo sapevamo, c’eravamo preparati, eppure credetemi che la quantità di odio, rabbia e paura che hanno riversato su di me in questi mesi, ci sono stati dei momenti in cui mi hanno lasciata veramente desolata. Hanno fatto moltissime cose pubblicamente, molte altre le hanno fatte privatamente. Hanno attaccato me, la mia famiglia, hanno cercato di attaccare tutto quello di cui ho di più caro. Hanno fatto delle magliette con stampata la mia faccia con scritto dietro “i bambini non si toccano”. Come se io che dai bambini in questa campagna elettorale, ho ricevuto l’amore che forse non ho ricevuto in tutta la mia vita, potessi anche solo fare qualcosa che non andasse nella direzione del loro bene.

Hanno tirato fuori dei miei vecchi post di quando avevo vent’anni e ne hanno fatto un programma elettorale. Hanno cercato di dipingermi come l’estremista che non sono. Come la mia storia ha sempre e solo dimostrato, un estremo amore nei confronti della mia città.

E noi non abbiamo ceduto. Perché io lo so, che attaccano me perché hanno paura di voi. Attaccano me perché vogliono mettere in ombra la bellezza di questa città che torna a condividere e a partecipare. Attaccano me perché hanno paura della partecipazione, perché sanno perfettamente che la partecipazione non è quella litania ipocrita della vicinanza e prossimità ai cittadini, di chi scrive in un programma elettorale: “le nostre porte saranno sempre aperte per voi”. Quelle porte, non esistono porte che non siano già nostre e chi rappresenta la nostra città, questo deve saperlo. Se la facessero spiegare dai nostri anziani la partecipazione, se la facessero spiegare dagli occhi pieni di lacrime dei nostri anziani ogni volta che gli promettevano che avremmo riaperto le circoscrizioni.

Non le porte aperte, ma dei luoghi e degli strumenti che davvero sappiano rimettere al centro del governo della città i cittadini e le cittadine.

Guardatevi, guardate questa piazza, non è una piazza calda ed un’immagine calda e rassicurante? Come può spaventare così tanto. Abbiamo davvero bisogno di una politica che per costruirsi l’identità, deve soffiare sull’odio e sulla rabbia? Io non voglio una città in cui i nostri ragazzi scelgono il proprio sindaco o la propria sindaca avendo la paura come bussola.

Non voglio una città in cui la politica va incontro ai cittadini nutrendoli di paura e di odio. Le paure sono sempre le stesse. Sei diverso, sei una minaccia, metti in pericolo il nostro stile di vita. Lo dicevano ai poveri, lo dicevano agli italiani quando emigravano negli stati uniti d’America, lo dicevano alle donne quando lottavano per i propri diritti. Lo dicevano ai neri quando cercavano la libertà dalla schiavitù. Il potere è ripetitivo, è noioso, è spaventato. Una volta tiravano fuori dal cilindro il fatto che il pericolo fosse mia nonna, che volendo lavorare metteva in pericolo l’educazione di suoi figli.

Ora il pericolo sono i ragazzi che si innamorano degli altri ragazzi, ora il pericolo sono i disabili che rallentano il ritmo dei primi. Ora il pericolo sono i figli dei migranti che trasformano le nostre scuole in scuole “nere” come le chiamano i fratelli della loro Italia. Ora il pericolo sono le donne che lottano per la propria emancipazione, per la propria emancipazione e per la propria libertà.

E vedete il potere quando viene guidato dalle paure diventa miope. Il problema sono gli spacciatori che vendono l’eroina ai nostri giovani, non i ragazzi che si innamorano di altri ragazzi. Va combattuta la criminalità, non vanno lasciate morire le persone in mare. Vanno educati i nostri giovani all’affettività e alla sessualità, non vanno riempiti i consultori di gente che vuole dire alle donne cosa fare del proprio corpo.

Vanno pensati strumenti reali di integrazione che attraverso il lavoro possano permettere alle marginalità e alle fragilità di diventare un’opportunità delle nostre comunità. (…) Io lo capisco che combattere una drag queen sia più semplice che combattere la camorra. Però penso che se in una campagna elettorale il più grande problema politico è che una candidata sindaca scelga di andare in una piazza dei diritti come quella del Gay Pride, beh allora c’è qualche cosa che non torna sulle priorità della nostra politica. Perchè quella del Gay Pride è una piazza dei diritti e i diritti quando crescono per uno crescono per tutti, e se non ci sono per tutti non si chiamano diritti ma privilegi.

E i diritti non possono fare paura, perché i diritti quando crescono portano alla protezione delle nostre comunità. Pensate alla nostra Repubblica che è nata grazie al voto delle donne. Un diritto riacquisito dalle donne, è diventato lo strumento per darci una comunità migliore. E allora lasciatemele ringraziare le donne, le donne di ieri e quelle di oggi, quelle che mi hanno teso la mano e sostenuta in tutta questa campagna elettorale. Le sorelle, voi sorelle, voi madri, voi amiche, voi mogli, voi figlie, che siete state la struttura di questa campagna elettorale. Le volontarie, le candidate, voi che avete portato gioia e bellezza in questa nostra politica.

Perché le donne rappresentano un’opportunità gigantesca, perché le donne hanno sulle proprie spalle secoli, di discriminazione e di emarginazione. E proprio per questo, siamo portatrici di uno sguardo che è davvero uno sguardo inclusivo, che è davvero uno sguardo capace di immaginare ponti dove gli altri immaginano muri. Perché è il nostro corpo ad avercelo insegnato. Perché il liquido amniotico che il nostro corpo produce quando diventiamo madri ci ha insegnato la ricchezza di confini che non diventano muri. Di confini porosi che sanno proteggere e che allo stesso tempo lasciano passare il nutrimento.

Le donne rappresentano un’opportunità gigantesca per la nostra città e per la nostra politica. Per questo quando o se diventerò la sindaca di questa città, non il primo sindaco donna, ma la prima sindaca donna, farò di tutto per creare una città inclusiva, una città che protegga la nostra mobilità, la nostra sicurezza, la nostra istruzione, il nostro lavoro.

Porteremo in comune il bilancio di genere, lavoreremo per costruire la casa internazionale delle donne, e lavoreremo mettendo in atto delle vere politiche in sostegno della genitorialità, per fare in modo che la colpa delle culle vuote non ricada sulle nostre spalle. Perché le donne torneranno a fare figli, quando per fare figli non dovranno rinunciare ad essere tutto il resto.

C’è un enorme bisogno in politica di uno sguardo che sia capace di aprirsi all’altro, di aprirsi al dialogo, di aprirsi alla rivoluzione dei sogni. Per questo la nostra alleanza è larga, perché non ha paura di imparare dall’altro. Non ha paura di lasciarsi contaminare dalle differenze per evolvere.

Ci hanno fatto credere che le identità forti sono quelle che non negoziano, sono quelle che non cedono, sono quelle che mandano al tappeto l’altro, per difendere la propria posizione. Ed invece no. Le identità forti sono quelle che non hanno paura di aprirsi alla differenza. (…) La nostra alleanza è un’alleanza che guarda in alto, è un’alleanza che tiene insieme la cultura democratica, quella socialista, quella comunista, quella femminista, quella del mondo cattolico; è un’allenza in cui le lotte sociali lavorano spalla a spalla con il mondo cattolico perché hanno ben chiara la radicalità dei valori che le tengono unite, che sono il rispetto della dignità di ogni persona e il bene comune.

La nostra alleanza fa molta paura, ed invece io sono convinta che sarà un’enorme opportunità per la nostra città, perché dovremo essere in grado di costruire una cultura di governo fondata sui valori dell’ascolto e del confronto, che facciano fare un passo indietro rispetto ai soliti schemi di posizionamento per elaborare risposte più efficaci. Che sappiano fare sintesi che significa un’evoluzione, provare a battere nuove strade.

E noi questa sfida in questi mesi l’abbiamo già vinta. Perchè io li ho visti lavorare spalla spalla, ho visto lavorare insieme rappresentanti in cui la vecchia politica gli avrebbe detto che la sintesi non sarebbe mai arrivata. Ho visto tornare a volersi bene e a rispettarsi persone che credevano di detestarsi, ho visto trionfare la politica sui personalismi. Siamo stati bravi, siamo stati bravissimi… (guardate… mi viene da piangere), siamo stati bravissimi e allora grazie. Grazie a noi perché abbiamo scelto di restare uniti, perché abbiamo fatto un passo indietro per farne insieme altri mille. Grazie perché abbiamo sperato contro ogni speranza, contro ogni pronostico, contro ogni ragionevole realtà, noi siamo la scommessa che non si dovrebbe vincere, e invece noi vinceremo.

Questa cultura della negoziazione, del dialogo e del confronto, sarà la cultura che dovremo praticare quotidianamente ed ogni giorno, perché è solo questa la base su cui possiamo costruire una cultura della pace, perché se non siamo capaci di testimoniare la possibilità di cultura che si incontra, che dialoga, che negozia, una politica che non mette muri ma che sa aprirsi all’altro, allora nessun proclamo di pace sarà credibile

Se anche noi cediamo alla tentazione di trasformare la politica in un perenne scontro, allora noi perderemo. E invece noi vogliamo che Perugia torni a riscoprire le sue radici pacifiste e non violente, quelle di Aldo Capitini e di San Francesco. Vogliamo che Perugia insieme ad Assisi torni ad essere il luogo della grande cooperazione internazionale, dei trattati di pace, vogliamo che Perugia torni ad urlare che l’italia ripudia la guerra come strumento di offesa verso la libertà dei popoli, lo vogliamo dire, con convinzione e con determinazione che l’alleanza per la Vittoria è e sarà sempre dalla parte dei popoli e contro la guerra.

Ci vuole una politica che torni ad alzare lo sguardo, che torni ad occuparsi anche dei temi più importanti. Per questo è dall’inizio che diciamo che parlare di sanità è politica. Che parlare di cultura è politica. Che parlare di felicità è politica. Ci vuole una politica che torni ad essere capace di avere una visione, un sogno. Chi pensa solo alle solite realtà, chi vende anche l’aria… ci ha fatto credere che parlare di visioni fosse da libro dei sogni, come se i sogni non avessero poi un’efficacia speciale. Ci hanno voluto parlare dei fatti, che altro non sono che una rotta e stanca litania di numeri che ci propinano degli investimenti che hanno fatto per restituirci una città frammentata.

Per restituirci una città frammentata da un punti di vista di tessuto sociale, frammentata da un punto di vista di mobilità, frammentata da un punto di vista urbanistico, frammentata da un punto di vista di servizi, e quindi di diritti e di opportunità. Una città frammentata tra il centro storico e le periferie. Una città frammentata fra le generazioni, una città frammentata fra l’Università che crea i saperi e l’industria. Ci hanno restituito una città con i loro fatti e i loro investimenti, che scivola di giorno in giorno sulla classifica della qualità della vita. Una città in cui i giovani studiano e se ne vanno. Una città che non sa fare innovazione perché non ricerca gli strumenti per attrarre trattenere i suoi talenti.

Una città in cui è difficile fare impresa, ma una città in cui è difficile anche pensare di fare famiglia o di costruirsi una casa. Una città in cui se sei disabile non hai diritto di cittadinanza, una città in cui i propri cittadini di giorno in giorno, cresce il numero di quelli che rinunciano a curarsi. Ci hanno restituito una città frammentata perché è mancata la visione. Perché la politica senza visione è cieca. Chiamatela visione, chiamatela progetto, chiamatela idea, chiamatela utopia, chiamatela come volete, ma senza una visione non esiste Perugia. Senza una visione non esiste una città.

Stare dalla parte di chi sogna, non significa essere sognatori, perché il sogno è uno squarcio, è uno squarcio sull’orizzonte quotidiano in cui viviamo, è lo squarcio che ci permette di immagine il nuovo. E allora noi non dobbiamo demonizzare i sogni, anzi forse dovremmo essere preoccupati di avere degli occhi che non sanno più bucare l’orizzonte. La speranza non è una virtù astratta, la speranza è un lavoro, è il lavoro che ci permette di immaginare, di superare l’esistente. È il lavoro che ci permette di dire che se la realtà produce ingiustizie, beh allora bisognerà modificare la realtà.

Questo ve lo posso promettere, non sarò mai la sindaca della normalità, della rassegnazione, della paura. Io sarò sempre la sindaca delle possibilità, della speranza e della diversità. L’utopia è l’orizzonte largo, quello in cui dobbiamo saper mettere quotidianamente i gesti dei sogni e il lavoro della speranza.

Dobbiamo tornare ad occuparci del piccolo tenendo sempre lo sguardo verso l’alto. Dobbiamo parlare ed occuparci delle nostre strade e mentre lo facciamo dobbiamo pensare di costruire strade che sappiano restituire a tutti e a tutte i diritti quali fondamentali. Chiamatela inclusione, chiamatela coesione sociale, chiamate la solidarietà. I più coraggiosi lo chiamerebbero amore.

Ama il prossimo tuo come te stesso. Continuo a pensare che questa sia l’applicazione più difficile, più complessa e più fondamentale della cultura occidentale. L’amore esiste ed è il pane spezzato, il pane spezzato di cui parla quella parola che fa tanta paura alla destra. Compagno. Che altro non è che il pane condiviso. Che altro non è che non l’amore, la reciprocità, la solidarietà, l’attenzione all’altro. L’amore esiste ed è la giacca che i contadini si prestavano per i giorni di festa, come mi ha raccontato Rolando.

L’amore è un’eccedenza, l’amore è quella eccedenza che ha permesso a tutti i ragazzi e a tutte le ragazze del mio comitato di levarsi il sonno dalle spalle, di mangiare una volta al giorno, di realizzare ogni giorno l’insperato. E allora per me voi siete “l’amor che move il sole e l’altre stelle”. L’amore è la misura della nostra altezza umana, beh io ve lo dico voi siete già la rappresentazione di una nuova grande umanità. Ed io non ho altre parole per dirvi grazie.

I sogni larghi, i pensieri lunghi, le idee laiche e liberare Perugia dalla trappola dell’eterno presente. Perugia non è una città che può essere amministrata come un condominio, Perugia è una città straordinaria, che merita di tornare a sognarsi grande. Perugia è la città da cui Aldo Capitini ha fatto partire la marcia della pace, Perugia è la città in cui Ciuffini guardando un grattacielo ha pensato di creare le scale mobili all’interno della Rocca Paolina, rendendoci la città all’avanguardia per la mobilità per tantissimi anni.

Perugia è la città in cui è arrivato il Jazz, la musica dei neri, in una città di provincia, e che ci ha reso la città che ospita uno dei più grandi festival musicali più grandi del mondo. Perugia è la città di Luisa Spagnoli, delle imprese in cui venivano costruiti gli asili per difendere i diritti delle donne. Perugia è la città che per prima ha aperto i manicomi restituendo alle persone il diritto alla vita e lo ha fatto perché c’era una politica che sapeva ascoltare, che sapeva immaginare quello che ancora non c’era. Ma per fare questo non basta un sindaco, non basta una giunta comunale, non basta un consiglio comunale, abbiamo bisogno di tutte e di tutti voi.

Continuano a volerci dipingere come il vecchio che ritorna, noi lo sappiamo bene che non siamo il passato che ritorna, noi siamo quelli che vogliono lavorare per restituirvi una politica che ancora nessuno di noi ha mai conosciuto. E per farlo abbiamo bisogno di voi.

Io e le persone che sono con me, siamo convinti che la politica abbia bisogno di un’enorme trasfusione di bellezza. Che la politica abbia bisogno che questa partecipazione e questa condivisione, tornino a darvi linfa e senso; perchè sogniamo una Perugia in cui la vita, la partecipazione, la condivisione e la solidarietà siano la norma.

Vedete alla fine l’amore c’entra sempre con tutto. E forse questo avrebbe dovuto essere il primo punto del nostro programma elettorale, contro la paura come metodo di governo noi avremmo dovuto parlare dell’amore come metodo di governo. Però vedete esistono tanti tipi di amore, esistono gli amori coraggiosi, esistono quelli spaventati, esiste l’amore delle parole che promette e l’amore dei fatti.

Beh io vi dico che il mio più grande desiderio è quello di potervi restituire un amore che sappia tenere insieme, le parole e i fatti. È quello di restituirvi una sindaca che sappia non tradire le promesse d’amore. Oggi, oggi non è ancora il tempo dei fatti, oggi è il tempo delle promesse e allora io ve ne faccio una a nome mio e di tutta l’alleanza. Che quel palazzo lì possa tornare ad essere il palazzo in cui le promesse non vengono tradite, in cui le parole si trasformino i fatti. E allora lasciatevelo dire un’altra volta, per l’ultima volta. Le città così come le anime degli uomini, sono fatte di due soli elementi, di sogni e di paure.

Noi non saremo mai quelli che soffieranno sulle vostre paure, noi saremo sempre quelli che soffieranno sui vostri sogni.

Quindi Perugia fai dei bei sogni perché sono di quelli che noi avremo cura. Ma per farlo abbiamo bisogno che quel palazzo torni ad essere casa nostra. Per questo domani stringete la vostra tessera elettorale come fosse una lettera d’amore,perché io e mia madre vi abbiamo promesso di portarvi al mare.

C’è un mare bellissimo che ci aspetta. Quindi un’ultima volta (…) noi diciamo una cosa molto più vera, molto più collettiva, molto più di popolo che è: avanti uniti fino alla Vittoria.

Grazie Perugia… grazie.

Vittoria Ferdinandi, venerdì 7 giugno, piazza IV Novembre, Perugia


NB. Trascrizione da video ad opera del sottoscritto. Ci potrebbero essere dei piccoli errori od omissioni dovuti ad una registrazione non perfetta o coperta dagli applausi e dalle voci della gente. Chiedo venia :). Pietro Floris, pietro@pietrofloris.com – 347 83 00 573.


Fotografie di © Emanuela Bianconi (grazie Emanuela!)